L’ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR) ha pubblicato la formula ufficiale per il calcolo dei dazi “reciproci”. A prima vista può sembrare complessa, ma in realtà è piuttosto semplice.
I dazi “reciproci” vengono calcolati come l’aliquota tariffaria necessaria per azzerare il deficit commerciale bilaterale tra gli Stati Uniti e ciascuno dei loro partner commerciali. Questo calcolo si basa sull’ipotesi che i deficit commerciali persistenti siano il risultato di una combinazione di fattori tariffari e non tariffari che impediscono l’equilibrio del commercio. I dazi agiscono riducendo direttamente le importazioni.
Le aliquote dei dazi reciproci variano dallo 0% al 99%, con una media non ponderata del 20% e una media ponderata per il volume delle importazioni pari al 41%.
Per concettualizzare i dazi reciproci, sono state calcolate le aliquote tariffarie necessarie per annullare i deficit commerciali bilaterali. Sebbene i modelli di commercio internazionale generalmente presuppongano che gli scambi si bilancino nel tempo, gli Stati Uniti registrano un deficit cronico delle partite correnti da cinque decenni, segno che l’ipotesi centrale di molti modelli commerciali è errata.
Il mancato equilibrio nei deficit commerciali ha molte cause, tra cui fattori tariffari e non tariffari che incidono sull’economia. Barriere normative ai prodotti americani, revisioni ambientali, differenze nei regimi fiscali sui consumi, ostacoli alla conformità, costi di adeguamento, manipolazione valutaria e svalutazioni monetarie scoraggiano l’acquisto di beni americani e distorcono gli equilibri commerciali.
Di conseguenza, la domanda dei consumatori statunitensi è stata drenata fuori dall’economia nazionale verso il mercato globale, portando alla chiusura di oltre 90.000 fabbriche americane dal 1997 e a un calo di oltre 6,6 milioni di posti di lavoro nel settore manifatturiero, pari a oltre un terzo della forza lavoro del settore rispetto al suo picco storico.
Calcolare singolarmente l’impatto sul deficit commerciale di decine di migliaia di politiche tariffarie, normative, fiscali e di altro tipo per ogni Paese è estremamente complesso, se non impossibile.
E così l’USTR ha pensato di stimare il loro effetto complessivo calcolando l’aliquota tariffaria necessaria per compensare il deficit commerciale bilaterale. Se i deficit commerciali persistono a causa di politiche tariffarie e non tariffarie, allora il dazio necessario per neutralizzarle viene considerato “reciproco e giusto”.
Fonte: United States Trade Representative; Graphic: Kavya Beheraj/Axios
Nonostante l’uso della parola reciproco, la formula però non tiene conto dei dazi o di altre barriere commerciali che i Paesi applicano alle esportazioni statunitensi. Questo contraddice l’affermazione della Casa Bianca secondo cui sarebbero stati presi in considerazione “dazi e barriere non tariffarie”.
Il concetto di base
Superata la complessità dei simboli matematici, il principio è chiaro:
Il dazio applicato a un Paese aumenta in base al deficit commerciale degli Stati Uniti con quel Paese, diviso per il totale delle importazioni da quel Paese. Tuttavia, viene applicata una soglia minima globale del 10%.
Come funziona
Nella formula:
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∆τ rappresenta l’aumento del dazio da applicare.
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x indica le esportazioni di un Paese verso gli Stati Uniti.
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m rappresenta le importazioni di quel Paese dagli Stati Uniti.
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La differenza x – m indica il deficit commerciale bilaterale.
In sostanza, il deficit commerciale viene diviso per il totale delle importazioni: più alto è il deficit rispetto alle importazioni, più alto sarà il dazio “reciproco”.
Un dettaglio tecnico irrilevante
Nella formula compare anche il termine ε*φ, che tuttavia può essere ignorato. Infatti, l’USTR ha fissato ε a 4 e φ a 0.25, il che porta a un moltiplicatore pari a 1. Moltiplicare per 1, ovviamente, non cambia nulla.
Per la cronaca, ε e φ sono parametri legati all’elasticità, ma nel calcolo pratico si annullano a vicenda.
La difesa della formula
Il Segretario al Commercio, Howard Lutnick, ha difeso il metodo in un’intervista su CNBC, affermando:
“Il Consiglio dei Consulenti Economici, insieme all’USTR, ha a disposizione enormi team di economisti che studiano questa materia da anni.”
Tuttavia, gli economisti avvertono che una tariffazione basata solo sul deficit potrebbe sembrare equa sulla carta, ma nella realtà causerebbe inefficienze economiche, reazioni negative internazionali e danni all’economia statunitense e al sistema commerciale globale.
La spiegazione dell’USTR si basa su un’ipotesi economicamente fragile: che i deficit commerciali bilaterali possano essere corretti semplicemente con tariffe, ignorando dinamiche macroeconomiche complesse, interdipendenze globali e risposte dei partner commerciali. Tecnicamente, non è “sbagliata” nel senso che le tariffe possono ridurre le importazioni, ma è fuorviante e inefficace come soluzione per azzerare i deficit, rischiando di creare più problemi (costi interni, ritorsioni) di quanti ne risolva. Un approccio più realistico richiederebbe politiche strutturali (es. incentivi al risparmio, competitività industriale) piuttosto che una guerra tariffaria unilaterale.
Il testo non considera ad esempio che i partner commerciali potrebbero imporre tariffe di ritorsione, riducendo le esportazioni USA. Ad esempio, se gli USA applicano una tariffa del 41% su un paese, questo potrebbe rispondere con tariffe equivalenti, colpendo settori esportatori americani (es. agricoltura, tecnologia). Studi empirici (es. sull’impatto delle tariffe USA-Cina del 2018) mostrano che le guerre tariffarie riducono il commercio totale senza necessariamente migliorare i saldi commerciali.
Le aliquote tariffarie “necessarie” (0-99%) sono basate su un’assunzione semplicistica: che il commercio bilaterale possa essere azzerato manipolando solo le tariffe. In realtà, l’elasticità della domanda e dell’offerta varia per ogni bene e paese. Una tariffa del 99% su un bene essenziale (es. petrolio) potrebbe non azzerare le importazioni, mentre una tariffa bassa su un bene di lusso potrebbe eliminarle del tutto. Le medie del 20% e 41% sembrano arbitrarie senza un’analisi dettagliata delle elasticità specifiche.
In sintesi, la spiegazione dell’USTR sulle tariffe reciproche è tecnicamente debole perché:
– Attribuisce i deficit commerciali solo a barriere tariffarie, ignorando fattori macroeconomici come risparmio e competitività.
– Sopravvaluta l’efficacia delle tariffe nel ridurre le importazioni, trascurando l’elasticità della domanda e la mancanza di sostituti interni.
– Non considera l’interdipendenza globale e le possibili ritorsioni dei partner commerciali.
– Critica i modelli di commercio senza offrire un’alternativa valida, mentre i deficit persistenti degli USA derivano da cause strutturali (es. dollaro come valuta di riserva).
– Rischia di danneggiare l’economia interna aumentando i costi di produzione e riducendo le esportazioni.
L’USTR non sta applicando dazi in risposta a quelli imposti da altri Paesi. Sta semplicemente colpendo con i dazi più alti i Paesi che registrano i maggiori surplus commerciali con gli Stati Uniti.
Per approfondire
Krugman, P. R., & Obstfeld, M. (2008). International Economics: Theory and Policy.
Questo testo classico spiega come i deficit commerciali siano legati a squilibri tra risparmio e investimento (identità di base della bilancia dei pagamenti, non solo a tariffe.
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