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La NATO e la promessa di non espansione è una Fake News

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I filoputiniani, ovvero coloro che sostengono le posizioni del governo russo guidato da Vladimir Putin, spesso fanno riferimento a una presunta “promessa del passato” degli Stati Uniti e dell’Occidente secondo cui la NATO non si sarebbe espansa verso est, includendo i paesi dell’ex blocco sovietico. Questa narrativa si basa principalmente su un episodio specifico della storia post-Guerra Fredda, che viene interpretato e amplificato, diventando una Post Verità,  per giustificare la posizione russa di sentirsi minacciata o tradita dall’espansione dell’Alleanza Atlantica.

Il contesto: il colloquio Baker-Gorbaciov del 1990

La “promessa” a cui si riferiscono risale al 9 febbraio 1990, durante un incontro a Mosca tra il segretario di Stato americano James Baker e il leader sovietico Mikhail Gorbaciov. Questo colloquio avvenne nel contesto dei negoziati sulla riunificazione della Germania, subito dopo la caduta del Muro di Berlino. Baker, cercando di rassicurare Gorbaciov sull’accettazione sovietica di una Germania unificata all’interno della NATO, disse che, se ciò fosse avvenuto, la giurisdizione militare della NATO non si sarebbe estesa “di un solo pollice verso est” oltre il territorio della Germania riunificata. La frase in inglese, “not one inch eastward”, è diventata il simbolo di questa presunta garanzia.

Secondo i filoputiniani, questa dichiarazione rappresenterebbe un impegno chiaro e vincolante da parte degli Stati Uniti e della NATO a non espandersi ulteriormente verso i confini russi, includendo paesi come Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca o gli Stati baltici. La successiva espansione della NATO negli anni ’90 e 2000 (con l’ingresso di questi paesi e altri) viene quindi dipinta come un tradimento deliberato di tale promessa, un atto di aggressione geopolitica che giustificherebbe la diffidenza e le azioni difensive della Russia, inclusa l’annessione della Crimea nel 2014 o l’invasione dell’Ucraina nel 2022.

Cosa dicono i filoputiniani

I sostenitori di questa tesi, spesso riprendendo la propaganda ufficiale del Cremlino, affermano che:
Esisteva un gentlemen’s agreement: anche se non formalizzato in un trattato, la promessa di Baker sarebbe stata un impegno morale e politico tra grandi potenze, che l’Occidente avrebbe violato per approfittare della debolezza russa dopo il crollo dell’URSS.

L’espansione della NATO è una minaccia esistenziale: la vicinanza dell’Alleanza ai confini russi viene vista come un tentativo di accerchiamento, ignorando le rassicurazioni verbali date a Gorbaciov.

Gli USA hanno agito in malafede: i filoputiniani sostengono che gli Stati Uniti abbiano sfruttato il caos post-sovietico per consolidare la propria egemonia, fregandosene degli accordi informali.

La realtà storica e il debunking

 Tuttavia, come emerge da studi storici approfonditi (ad esempio come vedremo “Not One Inch” di Mary Elise Sarotte), questa narrativa è più mito che realtà:
  • Nessun impegno formale: la dichiarazione di Baker era parte di una discussione preliminare legata esclusivamente alla questione tedesca, non un impegno generale sull’espansione futura della NATO. Non fu mai messa per iscritto né inclusa in trattati come il “Due più Quattro” del 1990, che regolò la riunificazione della Germania.
  • Contesto limitato: nel 1990, l’Unione Sovietica esisteva ancora e il Patto di Varsavia era intatto. Non si parlò esplicitamente di Polonia, Ungheria o altri paesi dell’Europa orientale, che chiesero autonomamente di entrare nella NATO anni dopo, spinti dal desiderio di protezione contro una possibile rinascita dell’imperialismo russo.
  • Conferma di Gorbaciov: lo stesso Mikhail Gorbaciov, in un’intervista del 2014 alla rivista Russia Beyond, ha dichiarato che il tema dell’espansione della NATO oltre la Germania non fu mai affrontato nei negoziati del 1990, smentendo l’idea di una promessa violata.
  • Evoluzione geopolitica: l’espansione della NATO avvenne negli anni ’90 e 2000, in un contesto in cui l’URSS si era dissolta e la Russia di Eltsin era in crisi, incapace di opporsi efficacemente. Le decisioni furono guidate più dalle richieste dei paesi dell’Europa centro-orientale che da un piano preordinato di Washington.

Perché i filoputiniani insistono su questa tesi?

Questa narrazione serve a legittimare la politica estera russa e a dipingere la NATO e gli USA come aggressori inaffidabili. È un argomento emotivo e simbolico che fa leva sul senso di umiliazione nazionale vissuto dalla Russia dopo il crollo sovietico, rafforzando il consenso interno a Putin e giustificando azioni come l’opposizione all’ingresso dell’Ucraina nella NATO.
In conclusione, le “promesse del passato” citate dai filoputiniani si riferiscono principalmente alla frase di Baker del 1990, ma la loro interpretazione come un impegno ampio e vincolante non regge alla prova dei documenti storici. Si tratta di una semplificazione che omette il contesto e ignora la mancanza di formalizzazione, trasformando una conversazione diplomatica in un mito geopolitico utile alla propaganda.

LE PROVE SONO PUBBLICHE 

UnknownNel libroNot One Inch: America, Russia, and the Making of Post-Cold War Stalemate, l’autrice Mary Elise Sarotte, storica e docente presso la Johns Hopkins University, analizza in modo approfondito le dinamiche geopolitiche tra Stati Uniti, NATO e Russia nel periodo successivo alla Guerra Fredda, concentrandosi in particolare sulla questione dell’espansione della NATO verso est e sulla presunta promessa di “non espansione” che, secondo la narrativa russa, sarebbe stata tradita dall’Occidente.

Sarotte parte da un episodio chiave: il colloquio del 9 febbraio 1990 tra il segretario di Stato americano James Baker e il leader sovietico Mikhail Gorbaciov. In quel contesto, Baker propose un’ipotesi negoziale: se l’Unione Sovietica avesse accettato la riunificazione della Germania sotto l’ombrello della NATO, la giurisdizione dell’Alleanza non si sarebbe estesa “di un solo pollice verso est” oltre la Germania. Questa dichiarazione, che dà il titolo al libro, è stata spesso citata dalla Russia come prova di un impegno occidentale violato con l’allargamento successivo della NATO ai paesi dell’ex blocco sovietico.

L’autrice, tuttavia, dimostra attraverso un’analisi dettagliata di documenti d’archivio — inclusi memo, verbali, lettere e materiali inediti provenienti da fonti occidentali e orientali — che tale “promessa” non fu mai formalizzata in un trattato vincolante. Sarotte evidenzia come le parole di Baker fossero parte di una discussione preliminare legata esclusivamente alla riunificazione tedesca, non a un impegno generale sul futuro dell’Alleanza Atlantica. Inoltre, sottolinea che nei mesi successivi al colloquio, le circostanze cambiarono rapidamente: il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 e la debolezza economica e politica di Mosca ridussero la sua capacità di influenzare le decisioni occidentali. Il Trattato sullo Stato Finale della Germania (o “Due più Quattro”), firmato nel settembre 1990, consentì alla Germania orientale di entrare nella NATO, ma non conteneva alcuna clausola che vietasse ulteriori espansioni dell’Alleanza.

Smentendo la narrativa russa — che presenta l’espansione della NATO come una violazione di un accordo chiaro e una minaccia alla sicurezza di Mosca — Sarotte argomenta che non esisteva un impegno giuridico o formale a sostegno di questa tesi. La sua analisi si basa su prove concrete, come le dichiarazioni dello stesso Gorbaciov, che in un’intervista del 2014 confermò che l’espansione della NATO non fu discussa in modo specifico durante i negoziati del 1990. L’autrice mostra anche come le decisioni sull’allargamento della NATO negli anni ’90 siano state guidate da una combinazione di pressioni dei paesi dell’Europa centrale e orientale, desiderosi di sicurezza dopo decenni di dominio sovietico, e da una strategia americana volta a consolidare l’influenza occidentale, piuttosto che da un’intenzione deliberata di “ingannare” la Russia.

Il libro si articola in tre parti principali: la prima copre il periodo 1989-1992, con focus sulla riunificazione tedesca; la seconda esplora gli anni di transizione sotto la presidenza di Bill Clinton e Boris Eltsin, segnati dall’avvio dell’espansione della NATO; la terza arriva al 1999, quando l’ingresso di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca nell’Alleanza coincide con l’ascesa di Vladimir Putin, segnando l’inizio di un deterioramento irreversibile delle relazioni USA-Russia. Sarotte non si limita a confutare il mito della “promessa tradita”, ma riflette anche sulle occasioni mancate per costruire un’architettura di sicurezza europea più inclusiva, suggerendo che le modalità dell’espansione della NATO abbiano contribuito a un senso di alienazione russa, pur non giustificando le successive azioni aggressive di Mosca.
In sintesi, “Not One Inch”

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