L’Unione Europea ha deciso di rispondere ai dazi imposti dagli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump, colpendo i settori in cui l’America registra un surplus commerciale, come la tecnologia, il settore finanziario e i diritti digitali.
La strategia di Washington, apparentemente priva di una logica economica, segue invece una chiara traiettoria geopolitica: dopo aver imposto tariffe a Canada e Messico, Trump ha rivolto la sua attenzione all’Europa, convinto che la forza economica e militare americana possa costringere gli alleati a cedere. Tuttavia, la reazione dell’Unione Europea non si è fatta attendere.
A partire dal 2 aprile, gli Stati Uniti applicheranno dazi fino al 25% su un’ampia gamma di prodotti europei, inclusi settori strategici come l’automotive, la farmaceutica, i semiconduttori e il legname. Ma l’UE non è più un soggetto debole rispetto agli USA: sebbene dipendente da Washington sul piano militare, a livello commerciale può rispondere in modo altrettanto incisivo. L’Unione ha quindi scelto di colpire il cuore dell’economia statunitense: Silicon Valley e Wall Street.
Bruxelles, forte del suo peso economico, ha annunciato una serie di contromisure. La presidente della Commissione europea ha dichiarato che l’UE dispone degli strumenti necessari per proteggere la propria economia e ha delineato un piano d’azione che prevede non solo dazi su beni americani per un valore di 26 miliardi di euro, ma anche l’attivazione dell’Anti-Coercion Instrument. Questa misura consentirebbe interventi più drastici, come la sospensione di licenze, restrizioni sugli investimenti e sanzioni sui diritti di proprietà intellettuale, colpendo direttamente i colossi digitali e finanziari statunitensi, tra cui Google, Amazon, X e banche come J.P. Morgan e Bank of America.
L’UE sta inoltre valutando di rendere più stringenti le normative antitrust, accelerando l’applicazione del Digital Markets Act e bloccando temporaneamente acquisizioni da parte di aziende americane in settori strategici. Alcuni Stati membri propongono di riservare gli appalti pubblici ai soli operatori europei, mentre Bruxelles potrebbe ostacolare l’accesso delle imprese statunitensi al mercato unico nei settori in cui la loro presenza è dominante ma non indispensabile, come il cloud computing. Per ridurre la dipendenza da Amazon Web Services, Google Cloud e Microsoft, l’UE sta promuovendo progetti come Gaia-X per lo sviluppo di infrastrutture cloud europee.
Oltre alla risposta diretta ai dazi di Washington, Bruxelles punta sulla diversificazione commerciale, rafforzando le relazioni economiche con altri partner internazionali. Sono stati recentemente conclusi accordi con Mercosur, Messico e Svizzera, mentre proseguono i negoziati con l’India e il Sudafrica. L’UE si presenta come un interlocutore stabile e affidabile, capace di costruire alleanze alternative per ridurre l’impatto delle politiche protezionistiche americane.
Un ulteriore obiettivo a lungo termine è l’ampliamento del mercato unico, anche se questa prospettiva incontra resistenze interne. Alcuni Stati membri, come Germania, Italia e Irlanda, potrebbero opporsi all’adozione di misure troppo severe contro gli Stati Uniti, temendo ripercussioni negative sulle proprie economie. La Commissione europea sta quindi valutando forme di compensazione per mantenere compatta la risposta dell’UE e scongiurare divisioni interne.
Nonostante la determinazione europea, gli effetti delle tariffe americane non saranno trascurabili. Secondo la Banca Centrale Europea, i dazi del 25% sulle esportazioni UE potrebbero ridurre il PIL dell’eurozona dello 0,5% nel primo anno e provocare un aumento dell’inflazione. La presidente della BCE, Christine Lagarde, ha già avvertito sui rischi per la stabilità economica, aprendo il dibattito sulla necessità di ridurre i tassi di interesse per sostenere la crescita o mantenerli alti per contrastare l’inflazione.
La strategia dell’Unione Europea è chiara: prima adottare contromisure forti, poi negoziare da una posizione di forza. Bruxelles non intende trascinare il conflitto commerciale all’infinito, ma aspetta che Washington comprenda le conseguenze delle proprie scelte, aprendo la strada a nuovi accordi bilaterali.
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